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martedì 25 febbraio 2014

Doppio Livello - Stefania Limiti





















Si è parlato di “Doppio Livello” ieri sera durante la presentazione del libro di Stefania Limiti dallo stesso titolo; un lavoro di ricostruzione di una moltitudine di procedimenti giudiziari che hanno tormentato il nostro Paese. Il libro è un testo importante per capire cos’è stata la “strategia della tensione” con i diversi accadimenti che dal 1955 in poi hanno funestato l’Italia: un materiale enorme, fatto di cronache ma soprattutto di testimonianze inedite e decisive per comprendere le infiltrazioni straniere nel vissuto della politica italiana. Si racconta la nascita della Rete Atlantica e i condizionamenti che la stessa ha prodotto attraverso la collaborazione di gruppi neofascisti esistenti sul territorio come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale che diventeranno pedine fondamentali dello stragismo. Un doppio livello che vede infiltrarsi uomini della NATO e funzionari della CIA in ambienti costruiti per avere un controllo totale sulla Nazione, come la P2; non  solo, si parla anche degli uomini che hanno tenuto le redini di questo “controllo”, primo fra tutti quel Giulio Andreotti che in simbiosi con gli uomini americani ha eterodiretta l’Italia.

Personalmente, però, non sono d’accordo sull’impossibilità a conoscere i mandanti e gli esecutori materiali delle molte stragi che negli anni hanno funestato il paese. Qui provo, cosi come fatto nel mio intervento, a rispondere su chi sono i mandanti e di chi la responsabilità di quanto accaduto.

Premetto che non entro nel merito delle vicende giudiziarie, di cui molte ormai giudicate dai tribunali e con sentenze definitive; la mia è una analisi prettamente politica in cui non c’è da stupirsi dell’esistenza di un “doppio livello” nei gangli della politica italiana. A me il “doppio livello” non meraviglia poiché sappiano, e noi italiani ne siamo ben consci, che subito dopo il secondo conflitto mondiale con la nascita dei “blocchi contrapposti” l’Italia viene a trovarsi come “terra di mezzo” fra le due aree di influenza geopolitica; non solo ma bisogna ricordare che il nostro è il Paese dove opera il più grande Partito Comunista d’Europa (e questa è una differenza sostanziale con tutte le altre nazioni del continente). Da qui la necessità da parte degli Stati Uniti di avere un controllo capillare del nostro paese e questo avviene avvalendosi della destra nazionale a livello politico e dell’estrema destra con gruppi più o meno clandestini per quel che riguarda la manovalanza per la destabilizzazione della nazione. Di qui la conseguente risposta a chi sono i mandanti (gli americani) e chi i responsabili degli atroci accadimenti (la destra nazionale).


Tesi confutata da una delle svolte cruciali della politica italiana. Infatti ci si chiede quando cominciamo a capire e l’opinione pubblica ad essere informata di quanto accade nel paese? Credo di non essere smentito quanto individuo la svolta berlingueriana con la presa di distanza dai paesi del blocco socialista del PCI e l’invenzione dell’Eurocomunismo come momento cruciale dell’individuazione a livello pubblico del “doppio livello”. Da questo momento in poi gli Stati Uniti sentendosi più tranquilli cominciano a mollare la presa (anche se ritengo che ancora oggi in modo più blando gli stessi continuano a monitorare tutte le “azioni politiche” che si sviluppano) e intervengono solo quando le condizioni lo richiedono. In questo caso altro punto di svolta è il rapimento e l’assassino di Aldo Moro. Ricordo che il rapimento Moro avviene la mattina in cui il presidente del consiglio sta per recarsi in parlamento e chiedere la fiducia sul nuovo governo costituente (un governo che l’Italia non ha mai avuto) quello del “compromesso storico” tra la DC e il PCI. Segno che agli Sati Uniti non piace per niente (e ancora oggi i fatti lo dimostrano) una conduzione politica della Nazione da parte dei comunisti italiani. Per cui fin quando continueremo ad essere considerati “figli illegittimi” dell’America e non riusciremo a staccare il cordone ombelicale che ci lega indissolubilmente a questo paese ci troveremo sempre ad avere un “doppio livello” politico nella conduzione del nostro Pese.              

venerdì 17 gennaio 2014

Pier Paolo Pasolini


Il primo incontro del Rifrullo Letterario per il 2014 è stato un incontro piuttosto selettivo; poche persone e un unico autore: Pier Paolo Pasolini. Si è parlato a lungo di “Petrolio”.

Al di là della storia conosciuta di questo testo, un romanzo postumo e assemblato non secondo il volere dell’autore ma come il curatore dell’opera ha creduto meglio,  è principalmente la storia dell’ENI di Enrico Mattei e di tutto ciò che è girato attorno al colosso energetico italiano fino agli anni settanta; ma non è solo questo, è tant’altro e dalla lettura di alcune pagine, abbiamo compreso di come Pasolini scriveva di se stesso, specialmente nella dualità del personaggio principale. Ne viene fuori una figura tormentata con tutti i tormenti che lo scrittore stesso si trovò a vivere ad un certo punto della sua esistenza, in alcuni passaggi sembra di essere una autoanalisi attraverso lo scritto. Sappiamo benissimo però che “Petrolio” è un testo di difficile interpretazione, c’è tutto il Pasolini polemista assaltatore che cerca seppur in modo ermetico di descrivere i “guasti” della società e l’inettitudine volontaria della nostra classe politica ad affrontare le problematiche che zavorrano il paese.

“Scritti Corsari” l’altro testo analizzato in questo incontro è la conferma a quanto detto su “Petrolio”.

Ricordiamo che il testo in questione è la raccolta di articoli pubblicati principalmente sul Corriere della Sera, ma non solo, in cui Pasolini con lucidità estrema commentava gli accadimenti del paese. E in questo caso mi pare azzeccata la definizione che si è voluta dare di un intellettuale che abbracciava la “rivoluzione intraborghese”. Ma “Scritti Corsari” contiene quello che a mio modesto parere è la “condanna a morte” di Pier Paolo Pasolini: l’articolo pubblicato dal Corriere il 14 novembre 1974 dal titolo “Cos’è questo golpe? Io so”. Una agghiacciante analisi della nostra classe politica che per la bellezza anche poetica del testo pubblico integralmente.

Cos'è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini
Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so.
Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere.
Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti.
Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.

Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. 

All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico.
In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.

Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
       

lunedì 13 gennaio 2014

Idee contro il malaffare

Una piccola riflessione dal forte sapore rivoluzionario pervade in questi giorni il mio pensiero mentre leggo “Dalle lacrime di Sybille. Storia degli uomini che inventarono la banca” di Amedeo Feniello (Ed. Laterza).
Quella che si racconta in questo saggio è una storia accaduta realmente intorno al Quattrocentoi e ha per protagonista una nobildonna della Provenza che ad un certo punto della sua esistenza si vede spogliata di tutti i suoi averi a causa di alcune transazioni bancarie degne dei nostri giorni. Praticamente si racconta della creazione di ricchezza mediante ed esclusivamente ricchezza e che ha uno sbocco conosciuto abbastanza bene oggi, ovvero il crac finanziario. Già all’epoca dei fatti accadde che l’impiego del denaro al solo fine di moltiplicarlo a dismisura provocò un enorme disastro portando alla povertà la povera Sybille che circuita dai banchieri dell’epoca aveva messo i suoi averi nelle loro mani. A nulla valsero le rimostranze della protagonista e nemmeno le leggi dell’epoca (ma possiamo dire anche quelle odierne), che non riuscirono a risarcire almeno in parte le perdite dovute ad una dissennata politica finanziaria. Addirittura i maggiori ostacoli ad un degno risarcimento furono posti dalla magistratura stessa che attraverso ripetuti espedienti valsero a protrarre il dibattimento all’infinito senza mai arrivare ad una sentenza definitiva.

E allora secondo il mio modesto parere, ed è questa l’idea che mi gira in testa, quando non si riesce ad avere giustizia, nonostante la veridicità degli accadimenti, e anzi chi è preposto a rappresentare la legge fa di tutto per giustificare le nefandezze e alterare la verità, non rimane altro che praticare la ribellione violenta ed eliminare le male piante e le loro leggi.