venerdì 22 novembre 2013

Puglia da record

Sti cazzi… e continuano a parlare di Nichi, delle sue telefonate, della giunta regionale…

Mah… è proprio il popolo bue e caprone che d’italica abitudine continua a correre dietro a tutto ciò che gli propinano!


Molto forte Incredibilmente vicino



La diatriba se è meglio il libro oppure il film da cui è tratto è sempre attuale e per esperienza ammetto che non ho mai riscontrato fra tutti i film visti uno migliore del libro da cui è tratto. Il discorso vale anche per questo “Molto forte, incredibilmente vicino” film che pure ha un suo interesse ma certamente non paragonabile al testo di Jonathan Safran Foer che è ritenuto uno dei migliori romanzi americani sulla tragedia del 11 settembre. Era difficile poter trasferire in immagini le oltre 350 pagine del testo scritto e il regista Stephen Daldry insieme allo sceneggiatore Eric Roth hanno necessariamente dovuto fare una selezione facendo coincidere il film con la storia del giovane protagonista (il giovane attore Thomas Horn che regge con bravura l’intero film).

Comunque sia mi pare interessante seguire la storia, non foss’altro per comprendere il dramma e le conseguenze relative che l’accadimento (definito “il giorno più brutto”) ha prodotto in tutti gli americani. In lontananza molto probabilmente non si riesce a capire quello che l’11 settembre è stato e ben vengano opere come queste che illuminano un po’ di più il nostro sapere.


È passato del tempo dal "giorno piu brutto", ma Oskar Schell non si dà pace. Suo padre lo ha lasciato con una missione incompiuta, con molte domande e una sola certezza: non deve smettere di cercare. Quando, nell'armadio del genitore, trova una chiave e un nome, Black, Oskar trova con essa anche la spinta e l'alibi che gli mancavano. Incontrare tutti i 472 Black di New York City per testare le loro serrature diventa per il bambino un modo di coltivare il sogno che quella chiave possa schiudergli un ultimo messaggio del padre e una maniera di scappare ancora il più a lungo possibile dall'evidenza. "Cosa ti manca di piu di lui?", chiede Oskar alla madre. "La sua voce", risponde lei. E anche a lui mancano più che mai le parole del padre, vere e proprie istruzioni per l'uso della vita, e non a caso è ad un nome che si aggrappa e sempre non a caso è a un'occasione di dialogo persa per sempre che non si rassegna. E poi c'e l'inquilino, per il quale le parole ad alta voce non si possono più pronunciare, non dopo quello che è accaduto a Dresda, ma al quale la scrittura consente comunque di continuare a vivere”.




mercoledì 20 novembre 2013

Pepi Merisio

Chissà quanti bambini, nei secoli, hanno giocato nel quadriportico di Sant’Ambrogio, a Milano. Chissà quali giochi hanno visto giocare quegli archi di cotto, prima che la sola idea di bambini che giocano in un monumento diventasse scandalosa. Pepi Merisio ha fatto in tempo a vedere gli ultimi, e a fotografarli mentre cercano di far gol fra le colonne. “Sono un uomo fortunato” ammette, “ho visto la civiltà cambiare, dall’antico al moderno”. E il gioco, come ci spiegò Huizinga, è l’unica vera costante della civiltà: è la civiltà stessa.

“Non era difficile collezionare immagini di gioco. Si giocava ovunque. Giocavano tutti, adulti e bambini, sotto gli occhi di tutti. Era un mondo che sapeva ancora giocare”. E il tavolo da gioco erano le piazze austere e cariche di storia, le strade non ancora involgarite dalla benzina, i luoghi del lavoro ancora indulgenti.

Merisio racconta la storia, e la storia avanza prepotente nelle sue immagini, il gioco di città non è più il gioco di campagna, le carraie fra i campi si restringono nei cortili condominiali, poi il gioco si rifugia negli spazi istituzionali, consentiti, tollerati, i circoli, gli oratori. La civiltà ha messo il guinzaglio al gioco, cioè a se stessa.


Scopro tardi pepi Merisio e la sua fotografia, una fotografia perlopiù in bianco e nero che ci parla del passato, delle origini di ciò che siamo e mi appassiona vedere immagini ormai sopite sotto la patina della modernità. Guardo queste foto di bambini che giocano e in tutte mi riconosco bambino “in mezzo alla strada”, quella strada polverosa ma pulsante vita che ci ha fatto diventare uomini grandi.  







martedì 19 novembre 2013

Destra - Sinistra

DESTRA - SINISTRA

Detto in breve. La sinistra è quella forza politica che già nei primi parlamenti moderni, già all’inizio dell’Ottocento, dopo la fine dell’avventura napoleonica, sarà la protagonista della spinta verso l’uguaglianza, verso una sempre più piena parità di condizioni giuridiche, politiche, economiche e sociali di tutti i cittadini. La destra, all’inizio, sarà una forza di freno. Un freno per difendere assetti sociali che quella spinta portava a sconvolgere. Più tardi anche per difendere quei valori di libertà che la sinistra, nella sua ricerca dell’eguaglianza, a volte tendeva a comprimere. Non sto dando giudizi di bene e di male. Nel delicato equilibrio tra eguaglianza e libertà e tra mutamento e conservazione, non sempre la spinta della sinistra fu un bene o le resistenze della destra un male: una valutazione dipende dalle circostanze storiche. Resta il fatto che i tratti culturali profondi dello scontro politico in democrazia, della destra e della sinistra, appaiono chiari sin dall’origine e si conserveranno nonostante tutte le trasformazioni che gli obbiettivi concreti dei movimenti politici di destra o di sinistra attraverseranno nella lunga storia di queste due categorie. E sono anche convinto che sino a quando resteremo nella Modernità, nell’era storica che ha fatto seguito all’Ancien Régime, fin quando sarà prevalente l’individualismo che caratterizza le società contemporanee (Alain Lauren, Storia dell’individualismo, Mulino 1994 e Pietro Costa, Cittadinanza, Laterza 2005), lo spartiacque del conflitto democratico, la distinzione che tenderà a prevalere su tutte le altre, sarà quella tra destra e sinistra. Tra i movimenti che sosterranno, in modo riformistico o rivoluzionario, una sempre più forte eguaglianza di opportunità tra tutti i cittadini e quelli che, sulla base di diverse concezioni di società desiderabile, di ideali nobili o di interessi di ceto, ad essa si opporranno.

MICHELE SALVATI    

L'ultima ruota del carro



Consiglio vivamente a tutta quella schiera di ragazzini adolescenti che in questi giorni stanno riempiendo le sale cinematografiche armati di secchielli di pop corn, bustoni di patatine e della consueta maleducazione che li accomuna quando sono in gruppo, per ridere sguaiatamente alle battute di Checco Zalone e del suo “Sole a catinelle” (che peraltro è anche un film piacevole se si vogliono trascorrere un paio di ore in allegria) di armarsi di buona volontà e andare a vedere “L’ultima ruota del carro”: un film che può rivelargli molto degli ultimi 50 anni della storia di questo Paese.

E’ il film più audace e certamente quello più riuscito di Giovanni Veronesi che racconta la vita vera di Ernesto Fioretti figlio di tappezziere romano, tifoso della Roma, bambino, poi ragazzo, poi uomo e infine anziano per nulla diverso da qualsiasi altro italiano della sua età, attraversa 50 anni di storia del paese tra fatti personali e sociali: dominio e fine dei socialisti, ascesa berlusconiana, sogni di gloria di amici che non disdegnano di sporcarsi le mani o rifiutano di lavorare, amore sincero per la compagna di una vita e inevitabili malattie.  

Il racconto di questa esistenza e delle vicissitudini del nostro Paese prende avvio con le immagini virate seppia degli anni sessanta quelle del boom economico di quando tutti sembravano (e lo erano) felici e prosegue con la “notte della Repubblica” sullo sfondo (fa impressione rivedere quelle immagini di repertorio in bianco e nero del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro), poi gli anni del disimpegno, il trionfo del socialismo all’acqua di rose di Bettino Craxi (anche in questo caso l’uscita del leader socialista dall’Hotel Raphael e le monetina che gli arrivano in faccia fanno ancora il loro effetto) e l’avvento dell’uomo della provvidenza Silvio Berlusconi e il suo Forza Italia (l’Italia tutta tappezzata di manifesti del presidente operaio et simili) per arrivare alla vecchiaia di Fioretti e a quella del nostro Paese.

Intendiamoci questo non è un film politico, tantomeno vuole essere una ricerca intellettuale sulle molte fasi politiche ed economiche che abbiamo vissuto nell’ultimo cinquantennio. Quello appena descritto è lo sfondo dove si muovono i personaggi di Veronesi e dove prende corpo la vita degli uomini qualunque, uomini che non hanno fattezze intellettuali (ad eccezione del “Maestro” una figura tutta da scoprire e forse per merito di Alessandro Haber quella più riuscita) e anzi sono calati nel più popolare (e forse populistico) atteggiamento di sempre (le partite di calcio, la vittoria dell’Italia ai Mondiali di Spagna 82, le varie formazioni della Roma che si susseguono durante il corso degli anni). L’occhio del regista indaga più che i paradigmi sociologici, la condizione umana dei personaggi e in particolar modo la semplicità degli ultimi, di quelli che non hanno voce in capitolo, che ogni giorno si trovano a dover lottare in questa Italia di arraffoni e buffoni.