Gli uomini abbandonano gli egoismi quando inseguono un
ideale che antepongono ai loro interessi personali, e oggi questi ideali non
esistono.
domenica 5 gennaio 2014
sabato 4 gennaio 2014
E' nata una star
Difficilmente
un film tratto da un romanzo riesce a superare l’opera da cui è tratto e a
esaudire le aspettative del pubblico. Con Nick Hornby, poi, non si scherza, dal
momento che le pellicole tratte dai suoi libri (Febbre a 90°, Alta Fedeltà,
About a boy) sono state tutte dei successi commerciali ed hanno soddisfatto
anche i palati più fini in merito al cinema d’autore. Questo “E’ nata una star”
tratto da uno dei romanzi brevi dello scrittore anglosassone e prodotto in
Italia tradisce quelle che erano le attese e travalica i temi principali dell’opera
qui appena accennati: il dissidio genitori/figli e la multietnicità
contemporanea. Sono solo degli accenni nella storia principale che è quella di
trovarsi in casa un figlio pornostar con un membro fuori dal comune. Quello che
salva la pellicola è l’interpretazione della Littizzetto e soprattutto la
caratterizzazione che l’insuperabile Rocco Papaleo riesce a dare di un padre
completamento scioccato dalla notizia di un figlio pornostar e soprattutto dalle
dimensioni del suo pene. In alcuni momenti si ride con gusto anche se le pause
tra una battuta folgorante e l’altra sono lunghe e spesso infastidiscono la
stessa visione. Buono per trascorrere una serata in casa il film non aggiunge
niente e anzi toglie moltissimo al testo di Nick Hornby.
Almanacco 2014
“Ci sono quelli che non vivono la vita presente, ma si
preparano con molto zelo come se dovessero vivere non il presente ma una
qualche altra vita; e intanto il tempo si perde e fugge via. Ma non ci è
concesso ricollocare la vita come una pedina”.
Antifonte
venerdì 3 gennaio 2014
Almanacco 2014
Perché
il punto di partenza del giovane Platone è l’agnizione dei limiti della
“democrazia realizzata”, del suo carattere, anzi, illusorio, risolvendosi di
fatto l’antico regime che così chiamiamo nella dilatazione smisurata e
nell’estensione a sempre nuovi strati dello stesso vizio che connota il sistema
oligarchico: l’avidità di possesso dei beni. Mentre la virtù fondamentale del
buongoverno, teorizzata in seguito nella Repubblica, è l’equilibrio nella
redistribuzione della ricchezza, gestibile solo dallo stato: l’unico possibile
rimedio ai fallimenti dei vari modelli, anzitutto quello “democratico”,
sperimentati in quel primo laboratorio della politica che fu la polis ateniese
del V secolo non può che essere, scriverà Platone, <<una legge che
impedisca di disporre dei propri beni come ognuno crede>>. Ma l’esempio
dell’uomo oligarchico, del plutocrate “che deve il potere all’ingente
patrimonio”, a innescare la pulsione dei non possidenti verso la smania di
ricchezza che genera il “caos democratico”. Perché di fatto l’unico diritto che
la democrazia attribuisce al demos, il “popolo”, è quello di “diventare più
ricco possibile”. Perché, concluso l’esperimento di potere personale, chiamato
democrazia demagogicamente esercitato da Pericle, appariva necessario
<<aprire la mente a nuovi possibili sviluppi>>.
Into the wireless
INTO THE WIRELESS
Sono gli errori il punto più alto dell’umano. In quell’istante sublime si ha la perturbante percezione che da qualche parte la verità esista e che allo stesso tempo ci sia sfuggita di mano. Culmine e abisso. Un accesso negato. Un risultato mancato a causa di una rottura. La paura di sbagliare, di deragliare da un binario, il fuoriorario che ci espelle dal tempo industriale. L’ansia che assale, che sale fino a diventare esaurimento, esaudimento di pazzia, la razzia dell’ossessione che è un’esplosione interiore, dove le macerie producono un fumo silenzioso e intossicante, al punto che ogni istante diventa macignante come piombo fuso nel sangue, l’anguilla rossa che sguscia tra le vene, che diventano catene infernali, quintali di tossine cerebrali che intossicano il nostro sistema nevoso, un rigore rabbrividente che squarcia il corpo e lo costringe al tremore, al rossore serale, che nulla ha a che fare con il tramonto ma con il trapianto di cuore. L’errore. Che ci consente di pensare all’amore, come al rimedio migliore contro l’impossibilità della perfezione, la guarigione dei sensi che non vogliono essere attraversati da pensieri, ma da sentieri condivisi, da fiordalisi recisi e cosparsi sul letto di foglie, tutte le voglie ancora da soddisfare, e tra il dire e il fare non ci sarà più di mezzo il mare ma una tastiera di plastica, un’ostica barriera orizzontale da scavalcare con la digitazione, la prestigiazione di chi fa apparire mondi tra le mani, universi disumani e liquefatti su di uno schermo, lo scherno di una relazione con il vuoto, lo scherzo paralizzante di un moto destinato a scomparire. Resteranno solo immagini neutre, scaltre ombre di una presenza umana sempre più rarefatta e imbozzolata, un’umanità sommersa da questa colata virtuale scambiata per il reale elevato a potenza, mentre l’impotenza di venire alle mani non sarà una dimostrazione di nonviolenza acquisita, ma la fine della partita dell’uomo con il suo pianeta. Una morte discreta, che consente ancora di respirare, per continuare a digitare delle richieste di soccorso, un sos perennemente trascendente l’urgenza. Importa solo l’affluenza di contatti, i riscatti delle solitudini più incancrenite, ora improvvisamente risarcite da questo prolasso di amicizia planetaria. Digitatori di tutto il mondo unitevi, per questa immensa ora d’aria in sorvolo sul mondo. Il comunismo più profondo che si potesse immaginare, la forza di scardinare l’incontro tra due camminate. Digitate sino alla riscrittura del brocardo latino: digito, ergo sum, la summa di tutte le teologie umanitarie, dalle veterotestamentarie a quelle di recente clonazione, l’intonazione mondiale di un solo vocabolo: l’io. Io dato in pasto, offerto come obolo per lenire altre miserie, per curare le intemperie emozionali. L’io mio, la nuova imprecazione. La bestemmia di ultima generazione, quella che ha scelto una diversa rivoluzione: quella che non vuole sovvertire l’ordine costituito ma avere garantito lo spazio di una visibilità assoluta. La lingua muta, che rifiuta la carne e gli odori che si è sempre portata appresso. Basta essere connesso e l’amplesso cosmico è alla portata di tutti. L’orgia dei belli e dei brutti che incessantemente si accoppiano a distanza, l’usanza neobarbarica di scambiarsi segreti e promesse sulla teleferica virtuale. L’anno voluto loro. Proprio così, la brutale sentenza, e l’assenza dell’acca non è una dimenticanza, ma la potenza di un errore non voluto ma frutto del caso, accolto nella scrittura come un vaso prezioso che rivela l’estremità della nostra condizione. Ogni anno sarà sempre più a disposizione loro, senza più sapere i volti e le storie dei componenti questa dannata moltitudine di comunicanti.
Definitivamente soli tra tanti.
Infiniti astanti distanti.
Paolo Vachino
giovedì 2 gennaio 2014
mercoledì 1 gennaio 2014
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